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Nascere come esseri umani

Lunedì 17 dicembre 2018

Nascere come esseri umani è una vera sfida, nel senso di come usare questa esperienza della nascita, questa esperienza umana, questa condizione di sensibilità nel quale ci troviamo a vivere. Molti di noi hanno dovuto subire frustrazioni, delusioni, disillusioni e fallimenti di ogni tipo. Ovviamente, se ne facciamo una questione personale, ci viene voglia di farla finita il più presto possibile. Ma se lo vediamo dal punto di vista del “conoscere il mondo in quanto mondo” possiamo sopportare tutto. Abbiamo un’incredibile capacità di imparare anche dalle condizioni più ingiuste e sfortunate, penose e odiose. Queste cose non sono di ostacolo all’illuminazione; il punto è se le usiamo per risvegliarci oppure no.
C’è chi pensa che un buon Karma consista nell’avere vita facile, nascere da genitori abbienti e con una posizione sociale vantaggiosa, avere bella presenza, intelligenza, un’esistenza agiata, tutti i privilegi, tutte le doti, tutte le fortune. Si pensa che sia dovuto al merito, alla parami (virtù), e via dicendo. Ma se considero la mia vita, io ho dovuto affrontare situazioni durissime che mi hanno scosso, mi hanno turbato profondamente, mi hanno portato a un tale punto di disillusione da farmi pensare al suicidio: “voglio farla finita, non voglio più vivere un anno dopo l’altro in questo mondo, non ce la faccio”. Ma risvegliandomi a questo mi sono reso conto di essere del tutto disposto a prendere quello che la vita mi da come una lezione. Ecco la sfida: vederlo come un’opportunità che ci è data in quanto esseri umani, esseri coscienti.
E gli insegnamenti del Buddha sono insegnamenti che mirano proprio a questo. servono a risvegliarci, non a condizionarci. Non vanno visti come una posizione dottrinale a cui aderire ciecamente, ma come utili strumenti per coltivare e sostenere la consapevolezza risvegliata, la presenza mentale, l’intuizione. Invece di averne paura, apritevi davvero alla sensibilità: siate pienamente sensibili, invece di cercare continuamente di proteggervi da dolori o disgrazie potenziali.
conoscere il mondo in quanto mondo non è un atteggiamento negativo di rassegnazione (“oh, si sa com’è il mondo!”), quasi che il mondo fosse cattivo, che avesse qualcosa che non va. Questo non è conoscere il mondo in quanto mondo. “Conoscere” implica studiare e provare interesse, indagare, esaminare la nostra esperienza e cominciare davvero ad essere disposti a guardare e sentire il suo lato negativo. Non consiste nel ricercare piaceri sensoriali, esperienze piacevoli, ma nel vedere anche le esperienze più deludenti, anche i peggiori fallimenti, come occasioni per imparare, un’opportunità per svegliarsi: potremmo considerarle devaduta, “messaggeri” che ci danno un colpetto sulla spalla e ci dicono: “Svegliati!”. Ecco perché nel buddismo la vecchiaia, la malattia, l’invalidità e la perdita non sono ritenute cose da temere e disprezzare bensì devaduta, “messaggeri celesti”. Devaduta è una parola pali: duta significa “messaggero” e deva significa “angelico” o “celestiale”, quindi un messaggero celeste inviato per metterci sull’avviso. Un altro devaduta importante per il buddismo è il samana, un essere umano con una certa maturità spirituale.

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