Meditazione

Intervista a Padre Andrea Schnoller sullo yoga e la meditazione

Meditare e praticare yoga per un cristiano è una cosa possibile o c’è qualche incompatibilità?

Andreas Schnoeller

Secondo padre Andrea Schnöller la yoga inteso come prassi ascetica può aiutarci a riscoprire le tradizioni meditative con le quali la Chiesa ha perso contatto
di Claudio Andrea Klun

Meditare e praticare yoga per un cristiano è una cosa possibile o c’è qualche incompatibilità?

Lo yoga può essere visto da due punti di vista diversi. Il primo è quello di considerarlo come una disciplina che fa parte della tradizione induista e in questo senso è una vera e propria religione vista nel contesto nell’induismo che indirizza verso l’assoluto, il Brahman: in quest’ottica posso capire che esistano delle difficoltà sul piano della dottrina a conciliare yoga e cristianesimo, per esempio sulla tematica della reincarnazione. Se, invece, guardiamo allo yoga dal punto di vista della prassi ascetica, esso non appartiene né all’induismo né al buddhismo né al cristianesimo: tutte le religioni hanno una prassi ascetica e questa prassi ascetica può essere la pratica dello yoga o altre forme di pratica, ma tutte le pratiche ascetiche sono alla fine una forma di lavoro su noi stessi per purificare il nostro mondo interiore e renderci aperti e disponibili alla verità. Se si considera lo yoga come pratica ascetica, non trovo alcuna contraddizione, tanto è vero che molte discipline yogiche facevano parte della tradizione cristiana: la pratica del raccoglimento sul respiro, per esempio, la incontriamo all’interno della preghiera del nome di Gesù nel racconto del Pellegrino russo, nel quale si dice esplicitamente che attraverso il respiro noi entriamo nel cuore; il cuore vuol dire il luogo del raccoglimento, il silenzio, al di là della proliferazione mentale, al di là della proliferazione emotiva che è esattamente quello che Patanjali dice.
Queste pratiche vogliono portare la coscienza oltre le onde pensiero della mente, oltre il pensiero, variando gli stati di coscienza. La pratica della ripetizione del nome di Gesù nel Kyrie Eleison è una forma mantrica, è esattamente come Patanjali che parla della ripetizione della Om. E’ bellissimo confrontare i due testi, perché Patanjali dice che bisogna, attraverso il respiro, raccogliersi, raccolta la mente approfondisci questo raccoglimento e quindi la disindentificazione in rapporto a tutte le altre realtà attraverso la ripetizione del canto della sillaba Om, che va ripetuta con devozione, con amore verso Ishwara e attraverso questa pratica ritorni alla conoscenza del tuo vero sé e superi tutti gli ostacoli a quella conoscenza. Il Pellegrino russo dice che attraverso la pratica del mantra si aprirà per te la porta per il definitivo ingresso nel cuore, nel grande silenzio che ti accompagna in tutti gli incontri della vita e vedrai confluire verso di te tutte le virtù, la pace, la letizia, l’amore. Io quando spiego questo, dico che il Sè non è altro che tutte le virtù, perché quando tu sei tutte le virtù, finalmente hai trovato te stesso, non senti più nessun bisogno interno. Così la pratica del corpo: non so per esempio che pratiche di consapevolezza del corpo aveva San Francesco d’Assisi, ma il fatto è che San Francesco d’Assisi, pur essendo un uomo del Medioevo, arriva a dire che non solo il corpo è nostro fratello ma dice ai frati: “quando voi girate per il mondo, iniziate il vostro cammino il mattino presto e pur camminando per le strade del mondo, sentitevi come in un eremo perché portate con voi la vostra cella, fratello Corpo”. E un frate che non è capace di vivere raccolto nella cella che si chiama corpo invano cerca un’altra cella per raccogliersi. Il che vuol dire che esisteva una forma di consapevolezza del corpo, perché soltanto attraverso la consapevolezza il corpo può diventare luogo di raccoglimento, ma se non c’è il corpo è proprio il contrario: Patanjali diceva che esso è la casa con cinque finestre dalle quali entrano tutte le distrazioni. Questo vuol dire che c’erano queste pratiche: noi purtroppo è da qualche secolo che siamo finiti al razionalismo, all’illuminismo, abbiamo puntato sulla ragione e abbiamo perso il contatto con queste tradizioni meditative che sicuramente facevano parte della nostra tradizione per cui io non vedo veramente alcuna contraddizione.

Ma si può dire che in un certo qual modo la Chiesa di oggi abbia perso contatto con la tradizione meditativa?

Certo, perché la Chiesa è fatta di uomini che sono prima di tutto figli del loro padre e della loro madre e dell’ambiente in cui sono cresciuti. Io penso che queste cose piano piano entreranno di nuovo anche nella realtà cristiana occidentale: tante volte oggi incontrano ancora della resistenze; se parli anche con teologi pìù attenti, si scandalizzano per la resistenza che c’è tante volte all’interno di gruppi cristiani contro la meditazione, non riescono a capire come mai possano esserci queste resistenze. Parlando con Carlo Molari, teologo del Concilio e segretario del cardinale Ottaviani, quando gli ho detto che tante volte ci sono delle persone o dei gruppo che fanno una forte resistenza, lui ha detto: “ma ancora adesso?”.

E allora all’uomo moderno occidentale cosa può dare la meditazione?

La meditazione può aiutare l’uomo moderno sicuramente in parte a uscire dalla dispersione perché noi siamo molto dispersi: ci sono mille cose da sbrigare e queste cose ci risucchiano realmente e quindi dobbiamo realmente imparare a spegnere il motore, a sederci per andare in profondità verso l’io che dà senso alle cose e di questo c’è un’urgenza assoluta se non vogliamo diventare dei nevrotici, dei depressi o dei disperati, quindi c’è questo bisogno di fermarsi e fermarsi anche per ascoltare attentamente le cose. Se i nostri politici ma anche i nostri predicatori e noi stessi fossimo capaci di ascoltare di più, di fermarci e ascoltare le cose, diremmo molte sciocchezze di meno, e ci intenderemmo molto di più.
Corrado Pensa diceva “tu puoi essere di tradizioni religiose infinitamente diverse o di culture diverse, ma se c’è un mistico, uno che sa ascoltare, si incontrano, si trovano e sono capaci di dialogare”; se, invece, manca questa attitudine della consapevolezza accogliente, dell’ascolto religioso della realtà, anche se sei di una stessa tradizione religiosa, troverai motivi per litigare. Quindi l’uomo di oggi ha bisogno di questo ascolto, perché il nostro rapporto con la vita è realmente un rapporto terribilmente superficiale, ogni opinione sembra che debba fare storia e nessuno è capace di mettere in discussione se stesso in virtù di un ascolto più attento della vita e questo può condurci su strade molto pericolose.

Quando invita alla meditazione la intende in senso orientale od occidentale o c’è una via di mezzo tra queste due, perché si può parlare anche di una meditazione cristiana…

Quando si parla di una meditazione cristiana o di una meditazione buddhista o induista intendiamo che tu lavori sulla tua mente e sul tuo cuore, a partire da determinate immagini, determinate verità che possono essere la persona del Cristo, la Madonna, dei santi, le verità dei Vangeli; se parli di meditazione induista sarà la Bhaghavad-Gita, se parli della meditazione buddhista saranno i discorsi del Buddha etc…
Ma se parliamo della meditazione in sé, come educazione della mente alla presenza che ascolta, non c’è meditazione cristiana, non c’è meditazione buddhista, la meditazione è uguale per tutti come tecnica che educa la mente alla presenza che ascolta ed è per questo che tutti i grandi maestri del passato di tutte le tradizioni insegnano il silenzio: quando preghi taci, perché se metti delle tue parole non preghi più; permetti a Dio di illuminare la tua coscienza, il che vuol dire che la grande educazione è alla presenza silenziosa che non butta, non proietta le tue parole sulle cose, ma permette alle cose di parlare a te e questo lo trovi alla base di tutti i cammini spirituali, magari dopo viene dimenticato nel tempo. Tante volte prende il sopravvento l’altra forma di meditazione, anche questa universale, il tornare con riflessione sulle cose, ma quando torniamo in riflessione sulle cose è la nostra mente che si mette in moto, non è la mente che viene zittita per ascoltare.

Che è tipico della meditazione cristiana?

No appartiene alla meditazione occidentale, perché è già greca, romana, cristiana, cioè è più dell’Occidente. Allora si può dire che questo tipo di meditazione forse viene accentuato di più nella tradizione occidentale: quelli che parlano del silenzio, del silenzio della mente sono i Padri del deserto, sono i grandi mistici della tradizione, sono un don Levo, un Giovanni della Croce. I Padri del deserto dicevano che bisogna distruggere la mente perché possa avere origine il vero pensiero, perché partivano dal concetto che la nostra mente è fondamentalmente egoica e bambina: finché c’è una mente egoica, i pensieri e le emozioni che nascono da questa mente avranno il colore dell’egoicità, e allora bisogna distruggere questa mente, il che vuol dire sganciarci da tutti i nostri pensieri, dalle nostri immagini e portare grande silenzio dentro di noi. Da questo silenzio viene fuori la mente nuova che pensa e sente in termini altruistici, questo è comune a tutte le tradizioni anche se nella Via del silenzio ho scritto che è probabile che la tradizione dell’Oriente mette maggiormente quasi sempre l’accento sul silenzio in termini di liberarsi dall’influenza di pensieri ed emozioni per entrare nel silenzio, questo è per loro pratica meditativa. Per noi occidentali, specialmente negli ultimi secoli, l’uomo meditativo è il meditabondo e il meditabondo è uno che cammina con i suoi pensieri, le sue riflessioni: abbiamo perso questo concetto del silenzio interiore, dello sganciarci dai nostri pensieri, dalle nostre emozioni, anche se questo fa parte della nostra tradizione, come fa parte della tradizione dell’Oriente la meditazione riflessiva, non è che loro non la conoscono.

Andrea Schnoller
La via del silenzio
Meditazione e consapevolezza
ISBN: 88-88519-66-4 – 1995 – pp. 248 – € 20

La Via del Silenzio - Andrea Schnoller - Meditazione e consapevolezzaQuesto libro delinea l’inizio di un viaggio, e colui che lo intraprende deve prepararsi a un pellegrinaggio che lo condurrà, di tappa in tappa, fino al punto più profondo di Sé, lì dove la parola umana non sa dire nulla (ma “la Divinità è un nulla” dice Silesius), se non per pallide immagini, timide icone di una realtà eternamente presente ma occulta a chi non abbia intrapreso con serietà il cammino. Strannik in russo significa “pellegrino”. E Dio deve amare i pellegrini, se a Tobia mandò angeli a guidarlo: non è stato forse l’essersi fatto errante a condurre l’anonimo pellegrino russo a divenire presenza vivente del divino, attraverso i villaggi e le steppe dell’immenso paese? È quindi un pellegrinaggio che padre Schnöller delinea con la chiarezza che gli deriva dall’essere egli stesso uno strannik assai avanzato nella “via del ritorno”, capace però di guidare a sua volta altri viandanti. Il paesaggio delineato, da Occidente a Oriente, è ampio e affascinante, a rappresentare l’identica aspirazione dell’uomo al bene, al trascendente.
Uno strano viaggio, uno strano pellegrinaggio: seduti al mattino presto o alla sera su un cuscino o uno sgabello, con la schiena eretta, immobili ai quattro punti cardinali, a tentare di disincantarci da quell’io in cui albergano tutti i desideri, le illusioni e le infinite effimere richieste, per riscoprire il Sé silenzioso dove, come in un lago che rispecchia la luna nella notte, ogni domanda diventa muta, e solo la silenziosa chiarità delle acque narra, a chi sa ascoltare, la magnifica e terribile storia del mondo.
Gianpietro Sonō Fazion

NOTE SULLAUTORE

Andrea Schnöller è un frate della provincia cappuccina svizzera. Risiede al Santuario della Madonna del Sasso sopra Locarno, dove tiene corsi regolari di meditazione serale. Ordinato sacerdote, ha compiuto studi di giornalismo all’Università Cattolica di Milano. È stato per molti anni redattore della rivista Messaggero legata al Santuario del Sasso e ha frequentato a Milano il Centro di Psicologia e Analisi Transazionale. Per diversi anni ha seguito i corsi di Yoga e meditazione di C.E.S. Ray di Montagnola, ritiri vipassana con Corrado Pensa e corsi d’introduzione alla meditazione cristiana con padre Antonio Gentili, insieme al quale ha pubblicato “Dio nel silenzio”. Da una quindicina di anni anima diversi gruppi di ricerca meditativa in Ticino e in Italia.